Lo spettacolo del Teatri Stabil Furlan si radica in un testo dalla genealogia sorprendente: nato in lingua frisone, terra di minoranza e resistenza linguistica, è stato poi tradotto in friulano, altra lingua marginale ma tenace, capace di farsi corpo vivo di un’identità che non vuole dissolversi.
Già qui, nella trasmissione da un idioma all’altro, si disegna la trama di un teatro che interroga la fragilità e la forza delle lingue minoritarie, il loro oscillare tra invisibilità e ostinata presenza.
In scena Federico Scridel parla e parla, con veemenza, fiumi di parole che scorrono come torrenti.
Carla Manzon, risponde con oceani di silenzio: un controcanto muto che si fa coreografia millimetrica di micro-reazioni, commoventi per la loro precisione.
Battere le mani a tempo con una radio che suona, rimettere una scatola a posto, infilare un calzino o le ciabatte (a rovescio) diventano azioni nuove. Accadono come fosse la prima volta.
Come Kazuo Ōno, che ultracentenario sapeva far danzare una mano rendendola universo, così lei fa brillare la più semplice delle azioni, illuminandola di vita.
Quando guarda cartoline in una scatola da scarpe, quando ascolta il frullare di un piccione sopra l’aia in cui si svolge lo spettacolo, il suo volto si apre a un’attenzione infantile, fiduciosa, che contagia chi guarda.
È un affidarsi, il suo, semplice e radicale, che rimette lo spettatore in contatto con una verità elementare.
Non c’è recita, ma epifania.
Carla Manzon, in questa prova, raggiunge una qualità espressiva che lascia senza fiato: in diverse migliaia di spettacoli visti in ormai tanti anni, poche volte mi è accaduto di incontrare un’attrice così commovente, così capace di restituire con simile delicatezza la fragilità e la potenza dell’umano.
Ce crodistu di fâ?! è la sintesi perfetta del tema di questo Festival: il rapporto tra lingue e silenzi.
Tra minoranze che resistono attraverso la voce, e gesti che, tacendo, custodiscono il senso che nessuna lingua può esprimere.
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ph Ezio Zaia
